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Social eating

Articolo tratto del Sole 24 Ore del 25 gennaio 2014

Social eating, a tavola con sconosciuti per trovare lavoro (o l’amore)

di Francesca Milano

Li chiamano Guerrilla restaurant, locali clandestini, cucine aperte. Più semplicemente, sono case private in cui i proprietari organizzano cene tra sconosciuti. Per socializzare, fare networking e, perché no, anche guadagnare. In periodo di crisi, c’è chi ha trovato fortuna dentro la propria cucina e ha fatto del social eating un secondo lavoro.

All’estero
In Italia i ristoranti “nascosti” sono ancora pochi. All’estero invece, gli eventi clandestini sono una realtà consolidata, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove dove si possono provare le più diverse esperienze: dalla cucina casalinga allestita in un monolocale fino ai più esclusivi pop-up restaurant temporanei a cui si accede solamente con invito, con tanto di chef da ristorante stellato e quote di partecipazione da capogiro annesse. All’estero il social eating ha un grande successo perché è un modo per ampliare il proprio giro di conoscenze ed è utile anche per chi cerca lavoro: a tavola sono nate relazioni, ma anche collaborazioni lavorative e accordi commerciali. C’è il designer che conosce l’architetto, il neolaureato disoccupato che incontra l’imprenditore, lo sturtupper che trova nuovi soci.

In Italia
«Fino al 2010 ho vissuto a New York – racconta Lidia Forlivesi, che ora abita a Milano e apre la sua casa a sconosciuti per colazioni e cene – e lì ho scoperto questo tipo di cene, feste, speakeasy». Tornata in Italia, ha deciso di lanciare il suo progetto di social eating (Nonsolofood) basato sulle sue passioni culinarie: la colazione della domenica e la burger night del giovedì. La sua sala da pranzo accoglie fino a otto persone alla volta: single, coppie, gruppi di amici. Sconosciuti che si ritrovano a fare colazione (o a mangiare un panino) seduti a casa di una sconosciuta, anche se, come spiega Lidia Forlivesi, “voglio che i miei ospiti si sentano a casa loro”. Al termine della colazione (che spesso si prolunga fino a pomeriggio inoltrato) o della cena, si lascia il contributo per la spesa (30 euro), che ovviamente include anche il lavoro della cuoca nella preparazione.

Le regole
Le regole sono poche: arrivare puntuali, non pretendere di essere serviti come al ristorante, essere tolleranti con il commensale seduto al proprio fianco, aver voglia di condividere.
Nel caso di Ma’ hidden supper club, un’ulteriore regola richiesta agli partecipanti è quella della pazienza: c’è chi aspetta mesi prima di riuscire a conquistare un posto a tavola. “Attualmente – raccontano Melissa e Lele, occupata nel settore moda lei, art director lui – abbiamo 1.900 persone in lista d’attesa”. Con questi numeri, perché non aggiungere un posto a tavola e stringersi un po’? “Perché – spiegano – riteniamo che 8/10 persone sia numero giusto per consentire a tutti di potersi conoscere e interagire senza che nessuno si senta escluso. Per noi organizzare queste cene non è un lavoro, è un divertimento”.

Come funziona
Tutto nasce online: il calendario delle cene rimbalza tra blog, siti e social network. Si prenota tramite mail (o tramite il sito specializzato Gnammo.com), e si riceve sempre per posta elettronica l’indirizzo a cui presentarsi e una postilla che recita “Byob”, che nel gergo tecnico delle cene clandestine significa “bring your own bottles” (portate una bottiglia di vino, ndr). Il contributo che i commensali lasciano ai padroni di casa varia in base al menù. “La filosofia del social eating non è quella del ristorante che punta a massimizzare il numero dei coperti e a far alzare quanto prima i clienti per far posto a quelli in arrivo chiariscono Lele e Melissa. Da noi si viene per passare una serata in compagnia e relax, aumentare la propria rete di contatti, trovare un lavoro o addirittura l’amore”.
All’appartamento Lago di Milano la chef Stefania Corrado cucina per 30 persone, e il pr Oliviero Leti fa lo stesso nella sua immensa dimora chiamata “La casa dei demoni”. E poi? Ce ne sono altri, anche se meno noti. Per trovarli bisogna affidarsi al passaparola mediatico o aguzzare la vista: magari ce n’è uno nel proprio condominio.

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